Colpa della Grecia e del batterio killer

L’anguria italiana rischia il ko

In un mese le vendite di cocomeri sono calate tra il 15 e il 20 per cento, con punte del 70 per cento in Puglia e Calabria

ROMA - Il cocomero «made in Italy» rischia il crac, travolto dagli effetti del «batterio killer» e dalla concorrenza spietata della Grecia. Il crollo verticale dei consumi di ortofrutta in seguito all’allarme E.coli ha investito in pieno anche il simbolo dell’estate per eccellenza, con riflessi pesanti sugli agricoltori, già colpiti dall’importazione selvaggia dai paesi del Mediterraneo, in particolare da Atene. La conseguenza più immediata è stata un calo complessivo delle vendite a giugno tra il 15 e il 20 per cento, ma con punte del 70 per cento al Sud, soprattutto in quelle regioni a forte produzione di cocomeri come la Puglia e la Calabria. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori.

In questo momento l’anguria dovrebbe essere raccolta e venduta senza sosta -spiega la Cia- perché siamo nel pieno della campagna, e invece non si riesce a collocarla a un prezzo minimamente remunerativo per il produttore. Le aziende agricole sono alle strette: da un lato si scontrano con la flessione decisa dei consumi di frutta, un «regalo» della psicosi da Escherichia coli, che solo il mese scorso ha portato a una contrazione dei prezzi all’origine del 19,7 per cento. Dall’altro, subiscono la concorrenza greca che è davvero difficile da sostenere.
Infatti -osserva la Cia- la crisi economica che sta attraversando la Grecia ha generato l’immissione anche sui mercati italiani di prodotti agricoli «made in Atene» a prezzi irrisori. E l’esempio più lampante è proprio quello dei cocomeri, che vengono venduti all’ingrosso a meno di 10 centesimi al chilo franco-arrivo. Per poi arrivare sulle tavole a 60-70 centesimi al Kg. Di conseguenza, la scelta drammatica che si pone oggi agli agricoltori italiani è tra vendere il prodotto assolutamente sottocosto o lasciarlo marcire nei campi, per risparmiare almeno le spese di raccolta.

Una scelta non semplice, considerando i costi che ci sono dietro -ricorda la Cia. Se si pensa che l’investimento ad ettaro per la produzione di angurie è pari a 7 mila euro (tra la preparazione della terra, le piantine, i trattamenti fitosanitari, le irrigazioni continue, la manodopera) e che la resa produttiva, sempre per ettaro, è di 300 quintali, si capisce bene che con un guadagno di 10-15 centesimi al chilo non si copre neppure la metà delle spese sostenute.
Ecco perché bisogna correre ai ripari. L’emergenza «angurie invendute» ha già causato danni per quasi 20 milioni di euro solo ai produttori agricoli e per circa 45 milioni se si considera tutto l’indotto. Non solo. Il blocco del comparto mette a rischio anche la manodopera impiegata ogni anno per la raccolta dei cocomeri, che storicamente vede coinvolti migliaia di lavoratori extracomunitari. Secondo la Cia, ora bisogna innanzitutto chiedere all’Europa di estendere le misure di sostegno per gli agricoltori danneggiati dal «batterio killer» anche ai produttori di ortaggi e frutta estivi, come appunto i cocomeri. In più chiediamo -conclude la Confederazione- l’immediata apertura di un tavolo al ministero delle Politiche agricole, in modo da affrontare con interventi concreti una situazione gravissima che rischia di mandare sul lastrico centinaia di agricoltori in tutt’Italia.

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